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Intervista di Alessia Mocci a Franco Rizzi: la produzione letteraria e la casa editrice La Paume






Nel delirio del terrore di precipitare, mentre il gancio gli dilaniava sempre più profondamente la mano, Mini non vedeva più nulla. Dietro ai suoi occhi scorrevano solo colori: il rosso del sangue e del dolore, il grigio del cielo oltre il cornicione di quella casa maledetta, il colore ocra del muro con tutte le sfumature create dalla fuliggine qua e là rimossa dalla pioggia.” ‒ “Mini ‒ Storia di un pittore

Talvolta capita che l’uomo debba percorrere una via diversa da quella che maggiormente preme il suo sentire, capita che debba incontrare qualche ostacolo per poter affermare con volontà la sua passione. Ogni percorso, ogni strada che sembra portarlo lontano in realtà è un avvicinarsi alla consapevolezza di ciò che più lo rende vivo e che più brucia nel suo inconscio.

Franco Rizzi è un esempio di questo cammino tortuoso. Nato a Torino nel 1935, sin da bambino ha vissuto a Milano, città nella quale si è laureato in Ingegneria Elettrotecnica presso il Politecnico. Sin da giovane ha lavorato nella ditta creata da suo padre nel 1938 come progettista di impianti per il risparmio energetico. Ha dimostrato di aver capacità notevoli ed i “suoi figli di ferro” ‒ in questo modo egli stesso denomina gli apparecchi di sua progettazione ‒ sono installati in raffinerie di petrolio sparse in tutto il mondo, a bordo di molte navi ed in molte centrali termoelettriche.

Sin da giovane era appassionato di letteratura e scrittura, ma l’esigenza di famiglia l’ha portato lontano ‒ apparentemente ‒ dal mondo artistico per instradarlo nella conoscenza dell’uomo e del mondo sotto un altro profilo, infatti, grazie a questo singolare lavoro ha avuto la possibilità di viaggiare e di conoscere paesi in modo approfondito grazie alla collaborazione con agenti locali che gli hanno mostrato l’altra faccia dell’Asia, dell’America, dell’Africa, quella non turistica.
Decine di anni nelle quali si è dedicato alla bellezza dello sguardo congiunta all’innovazione tecnologica sino alla necessità di riprendere la scrittura e di completare l’opera con la pubblicazione di romanzi che navigavano nella sua mente.

Vengono dunque alla luce “1871 ‒ La Comune di Parigi”, “Luca Falerno ‒ Caccia nelle Murge”, “Mini ‒ Storia di un pittore”, “1945 ‒ Anno zero sul lago”, “… scrivimi!” ed un neo progetto di una casa editrice con pubblicazione gratuita, La Paume Editrice.

Ed ora lascio che sia direttamente Franco Rizzi a raccontarvi qualche aneddoto della sua interessante vita.

A.M.: Ciao Franco, leggendo la tua biografia, ho notato che hai conseguito una laurea in Ingegneria Elettrotecnica ma che hai, sin da giovane, coltivato la passione per la scrittura. Negli ultimi anni, infatti, hai pubblicato vari romanzi. Come mai hai aspettato così tanto tempo per iniziare a farti conoscere dal pubblico dei lettori?

Franco Rizzi: Cara Alessia, in questa domanda si racchiude, direi in modo vagamente drammatico, tutta la mia vita. A diciotto anni al termine del liceo scientifico e conseguita la maturità intendevo fare lo scrittore. Il presidente della commissione di esami mi congedò con queste parole: “Le dobbiamo fare i nostri complimenti per il suo tema d’italiano. Se avrà occasione di scrivere, scriva, perché ne ha la stoffa.” Queste parole mi regalarono un agosto meraviglioso.  Ma c’era un ma, fin da piccolo io ero “il monaco di Monza” destinato da mio padre a succedergli nel comando della nostra azienda di impianti tecnici e quindi dovevo fare ingegneria. Riuscivo bene anche nelle materie scientifiche e il mio professore di matematica e fisica mi aveva messo nella rosa dei tre della mia classe che avrebbero potuto frequentare con successo il politecnico di Milano, a quel tempo piuttosto difficile. In settembre mi iscrissi in Ingegneria. Ero molto sicuro di me: avrei saputo fare entrambe le cose. Andai in crisi al terzo anno di università, perché mi resi conto che quegli studi così impegnativi erano incompatibili con lo scrivere: feci una strana e drastica scelta. Decisi di inabissare in fondo al mare lo scrivere e di dedicarmi dopo la laurea solo all’azienda che, per compensazione, sarebbe diventata per me madre, moglie, figlia e amante. Fu così per diversi anni, ma poi dal fondo del mare i sogni riemersero come bolle e io ripresi a scrivere, però senza mai tentare di pubblicare alcunché. Arrivò il giorno 10-10-10, sembrava una data fatidica, era un sabato e anche il mio compleanno.  Diedi finalmente l’addio alle armi. L’anno dopo è uscito il mio primo romanzo.

A.M.: Dei tuoi nove romanzi, cinque sono stati pubblicati e sono disponibili per i lettori, gli altri quattro saranno pubblicati dal 2018. Una caratteristica comune è la passione per la storia, i cinque editi sono incastonati infatti tra il 1800 e la metà del 1900. Cosa ti spinge ad inserire i tuoi protagonisti in un contesto storico attendibile?

Franco Rizzi: Ho sempre amato la storia, da ragazzo leggevo, a pezzi, come un romanzo storico quale effettivamente è, l’Antico Testamento, Genesi, Esodo, Giudici, Re, Deuteronomio. È un racconto pieno di simulazioni affascinanti, quali Mosè che separa le acque o Gedeone che ferma il sole, però piacevoli perché pur con varie peripezie alla fine i buoni hanno la meglio. Al liceo la storia mi intrigava e cercavo di capirla, approfondirla e scoprire le bugie dei testi scolastici. Successivamente da adulto ho letto con passione la storia d’Italia di Indro Montanelli. Ho imparato che la storia è molto difficile, se non impossibile, da possedere, l’arco temporale che possiamo coprire è brevissimo e i cosiddetti storici sono spesso bugiardi o partigiani. Possiamo averne solamente una pallida idea come se osservassimo da molto lontano una scia di formiche in marcia, il movimento delle singole formiche ci sfugge, così come il perché si muovono e dove vanno. Nei miei libri faccio muovere le mie “formiche”, ma non posso farle galleggiare nel nulla, devo inserirle in un loro contesto storico e anche l’arco temporale non può essere troppo esteso, se voglio che sia credibile. Naturalmente il contesto geografico deve fare la sua parte.

A.M.: Addentrandoci nel tuo romanzo edito nel 2017, “… scrivimi!”, i lettori sin dalle prime informazioni sono consapevoli che quella che si accingono a leggere è una storia vera. Protagonista indiscusso è Nino Martini, un ragazzo che sin da giovane ha amato il mare, tanto da farne ragione di vita, sia per il suo lavoro come marinaio sia per aver abbandonato l’Italia per scoprire l’America. Centrale è il suo amore per Maria Grazia. In questo romanzo hai rivelato come un uomo (ed una donna) non possano conquistare la felicità solo con il denaro ed un matrimonio conveniente. Dunque, cos’è per te la felicità e come vivere la propria vita in virtù di essa?

Franco Rizzi: La storia di Nino Martini, pur con un po’ di accomodamenti necessari per far scorrere il racconto, là dove era carente la memoria, è una storia vera. Tutto sommato la sua vita altro non è che la sua ricerca della felicità, nella paura che tutto si trasformi in un terribile rimpianto di aver vissuto una vita sbagliata. Credo che questo sia vero per tutti: la vita è la ricerca della felicità che però non riusciamo mai a raggiungere. Molti giorni della vita sono grigi e inutili e la memoria li perde e non li registra, qua e là emergono momenti più o meno esaltanti che ci fanno intravvedere la felicità. Poi spesso subentra la delusione, il disincanto, il declino, per molti è la morte dell’anima prima che del corpo, per altri la ricerca invece continua, magari spasmodica e si concretizza in amori fittizi che ancora si esauriscono in terribili frustrazioni. In conclusione la felicità è irraggiungibile, e forse il miglior modo di vivere è quello di pensare che per noi sia sempre nascosta dietro all’ultimo angolo che stiamo per svoltare e che gli angoli siano infiniti.

A.M.: Per citare un altro tuo romanzo, “Mini – storia di un pittore” edito nel 2015 da Kairós Edizioni, anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una storia reale di un uomo, un pittore che visse tra povertà ed amore, che hai abilmente rielaborato grazie a racconti frammentati di cui hai avuto conoscenza e grazie alla tua fantasia creatrice. Ci puoi spiegare in che senso il libro è una metafora dell’amore?

Franco Rizzi: Tanto per cambiare anche Mini è tratto da una storia vera e gli amori tratteggiati nel libro sono quasi tutti a senso unico, non ricambiati. Lo è quello di Maria Domenica per il cugino Giovanni, che sono i genitori di Mini. Lo è quello straziante del bambino di sette anni che fugge di casa alla ricerca di una madre che crede scomparsa e infine anche quello di Caterina che vive e lavora sostentando Mini, permettendogli di vivere la sua vita da artista, mentre lui ormai perso nel vino non si cura di lei. Forse tutti gli amori profondi sono di questo tipo: disuguali e mai ricambiati nello stesso modo.  Probabilmente, proprio questo essere differente è il motore che esaspera ed esalta l’amore che non viene ricambiato.

A.M.: Ho saputo e colgo l’occasione per congratularmi per la premiazione de “1871 ‒ La Comune di Parigi” al Premio Città di Pontremoli; il libro è stato pubblicato nel 2013 da Gam Editrice ed incontriamo Luca Falerno, già protagonista di altri due romanzi dello stesso ciclo. Ci puoi fare un excursus sul personaggio presente nei tre libri?

Franco Rizzi: Luca Falerno, carabiniere del Re, è giovane, bello e impetuoso. È naturale che venga irretito dall’amore per l’Imperatrice Eugenia quando la salva dai suoi rapitori, mentre si trova in Egitto per l’inaugurazione del canale di Suez. Ma è un amore impossibile che trova solo un momento magico durante la loro fuga di quattro giorni nel delta del Nilo, per poi lasciare Luca con il cuore a pezzi.  Ma la vita continua e Luca viene inviato in missione in Italia meridionale per partecipare alla repressione del brigantaggio. In Puglia si trova impegnato in una spasmodica caccia al brigante che gli ha ucciso il patrigno, mentre una nuova passione per Luisa di San Felice, forse scaccia dal suo cuore il ricordo di Eugenia. Le avventure di Luca continuano poi a Parigi al tempo della Comune e infine a Roma ai tempi dello scandalo della Banca Romana. Sono quattro romanzi che spero trovino la strada della fiction televisiva: ne riparleremo!

A.M.: Penso, correggimi se sbaglio, che tu sia anche un assiduo lettore. Quali sono gli scrittori che ti hanno accompagnato e maggiormente influenzato? 

Franco Rizzi: Domanda difficilissima a cui è praticamente impossibile rispondere. Un nugolo di libri e di scrittori si affollano nella mente, perlomeno dobbiamo separarli per paesi: cominciamo allora dall’Italia dove il panorama è enorme. Come non ricordare Elsa Morante e la sua “Storia”, ma allora ricompare subito Alberto Moravia, e prima “I Malavoglia” di Verga, e i “Promessi Sposi” e “Ottorino Visconti” di Tommaso Grossi, e tornando in avanti come non ricordare “Canale Mussolini” di Antonio Pennacchio e Montanelli. Si affiancano subito ai ricordi i francesi Victor Hugo con “I miserabili” e Stendhal ed Emile Zola, ma subito appaiono alla memoria i russi, come non citare “La guardia bianca” di Michail Bulgacov, Lev Tolstoj o “La figlia del capitano” di Aleksandr Puškin o “Il dottor Zivago” di Boris Pasternak? E passando in Germania come non ricordare “All’ovest niente di nuovo” di Erich Maria Remarque?   Spostandoci negli Stati uniti mi viene subito da ricordare Ernest Hemingway e il suo “Addio alle armi” oppure “Una tragedia americana” di Theodor Dreiser o John Steinbeck con “Furore”. E ho dimenticato tutti gl’inglesi! Tutti mi hanno dato qualcosa e mi accompagnano sempre, nessuno però credo che abbia influenzato il mio modo di scrivere. Quando siedo alla scrivania nessuno di loro mi da il “la” per iniziare a scrivere.

A.M.: La casa editrice La Paume è un progetto editoriale sul quale hai deciso di scommettere. Perché hai sentito il bisogno di creare tu stesso una casa editrice e qual è il genere di libro a cui sei interessato per una pubblicazione con il tuo marchio?

Franco Rizzi: La casa editrice La Paume è solo all’inizio. L’impulso di crearla mi è venuto dalla necessità di ribellarmi a chi non dà spazio: La Paume è il gioco della Pallacorda. Nel giugno del 1789 i rappresentanti del terzo stato, quando il Re Luigi XVI volle impedire loro di continuare a riunirsi adducendo la scusa di lavori da fare nel salone dell’assemblea, si riunirono per proprio conto nella palestra dove si faceva appunto il gioco della pallacorda detta in francese “la paume” cioè il palmo della mano. La casa editrice avrà successo solo se anche altri vorranno unirsi a questa ribellione contro lo strapotere di chi pretende di dire solo lui chi vale e chi no. La Paume non è una casa editrice a pagamento ed i generi letterari che intendo pubblicare saranno conformi a ciò che io ritengo valido ed affine alla mia veduta del mondo, ciò di cui abbiamo molta necessità: la storia dell’uomo e la sua interpretazione.

A.M.: Come concili il tuo essere scrittore con l’essere editore? È complesso valutare libri che non sono tuoi? Oppure è uno stimolo sempre nuovo che ti spinge anche a migliorare la tua capacità di scrittura ed empatia verso i lettori?

Franco Rizzi: Conciliarlo è facile, almeno in teoria, perché sono sempre stato sia uno scrittore che un imprenditore. Valutare gli scritti di altri sarà molto difficile e mi devo e mi dovrò avvalere di collaboratori validi e onesti. Naturalmente spero che possa essere anche uno stimolo per continuare a scrivere.

A.M.: Ci puoi dare un’anticipazione sul prossimo libro della tua produzione che verrà alla luce?

Franco Rizzi: Effettivamente è in arrivo un nuovo libro che parla degli anni di piombo, più o meno dal 1974 al 1981. Non aggiungo altro, ne parleremo più avanti.

A.M.: Salutaci con una citazione…

Franco Rizzi: Per arrivare all’alba non c’è altra via che la notte.‒ Khalil Gibran

A.M.: Franco ti ringrazio per la partecipazione e ti auguro che La Paume Editrice possa inserirsi al meglio nel panorama editoriale. Ti saluto con un proverbio persiano: “Il giorno ha occhi. La notte ha orecchie”. 

Written by Alessia Mocci

Info
Sito Franco Rizzi
http://www.francorizzi.it/
Facebook La Paume Editrice
https://www.facebook.com/LaPaumecasaeditrice/

Fonte
http://oubliettemagazine.com/2017/12/27/intervista-di-alessia-mocci-a-franco-rizzi-la-produzione-letteraria-e-la-casa-editrice-la-paume/


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La metafisica della potentia in François Zourabichvili



 

Nel panorama della filosofia contemporanea, la figura di François Zourabichvili (1965-2006), nonostante la breve durata della sua parabola esistenziale ed intellettuale – prematuramente interrotta per il suicidio dell’autore – da alcuni anni comincia ad essere riconosciuta, anche al di là dei confini francesi, come un unicum, paragonabile per eccezionalità alla figura del nostro Carlo Michelstaedter (con cui peraltro Zourabichvili, indirettamente, condivide non pochi aspetti teoretici, oltre alla tragica morte).

Irriducibile ad entrambe le correnti dominanti nel dibattito filosofico odierno, e cioè lontano tanto dal contesto ‘epistemologico’ dell’analitica neo-empirista, quanto dall’orizzonte ‘narratologico’ del costruttivismo ermeneutico, l’opera di Zourabichvili si inserisce nel fiume carsico del cosiddetto «pensiero della differenza» che – dopo la grande ouverture tardo ottocentesca di Nietzsche – ha trovato in Michel Foucault e, a seguire, in Gilles Deleuze la massima espressione novecentesca.

Morte del soggetto?

Il carattere eccentrico della filosofia di Zourabichvili trova anzitutto corrispondenza nella esemplarità del suo Autore d’elezione, Baruch Spinoza, a cui egli nel 2002 ha dedicato il suo libro più innovativo – Spinoza. Una fisica del pensiero – coevo del saggio, Infanzia e regno. Il conservatorismo paradossale di Spinoza, che qui presentiamo.

Per le fondamentali implicazioni etiche e politiche di questa lettura dello spinozismo, che combina in modo originale le analisi deleuziane della corporeità con le riflessioni foucaultiane sulla microfisica governamentale – in particolare per la genealogia delle “chimere” che ineriscono al mito moderno dello Stato “sovrano” – rimandiamo all’ottima Introduzione della traduttrice e curatrice Cristina Zaltieri, nonché ai capitoli finali del testo (nella fattispecie il cap. VII “Il sogno trasformista della monarchia assoluta” e il cap. VIII “Cos’è una moltitudine libera? Guerra e civilizzazione”, pp. 229-277).

Qui ci limitiamo a sondare, per brevi tratti, la profondità speculativa tutta racchiusa in quel «conservatorismo paradossale» che compare in qualità di sottotitolo: una profondità metafisica che, se nasce certamente dal serrato confronto con la filosofia spinoziana, si rivela nondimeno costitutiva del pensare stesso di Zourabichvili.

Che cosa è, o meglio, che cosa “può” l’individuo?

È questa la domanda intorno cui gravitano le intense pagine, non facili, del filosofo francese, fin dalle iniziali considerazioni del Primo Studio, “Inviluppare un’altra natura. Inviluppare la natura” (pp. 59-110). Una domanda che a prima vista potrebbe suonare anacronistica, proprio nella nostra epoca, in cui sembra ormai assodata e quasi banale l’assunzione della morte del soggetto, la ‘liquidazione’ della individualità in tutte le sue manifestazioni.

Fine della soggettività che sarebbe l’effetto ultimativo, necessario ed irrevocabile, della de-umanizzazione operata dalla razionalità scientifica lungo l’intero corso del Moderno, il cui intrinseco artificialismo tecnologico oggi troverebbe fatale compimento nelle sembianze umbratili e fantasmatiche della realtà virtuale.

A tale rassegnata constatazione, che subisce l’obiettivismo della scienza inneggiando (in maniera non del tutto coerente) al relativismo dei valori, e che si reitera riproducendosi nelle infinite decostruzioni di tanta ermeneutica ‘debole’ e di tanto (sedicente) realismo ‘post-metafisico’, nulla concede la meditazione ontologica di Zourabichvili sull’individuo, la cui ratio è per lui ben lungi dal doversi esaurire nell’interpretazione ‘nichilistica’ che la tarda modernità ha dato, e continua a dare, di sé.

Il soggetto e l’Altro

La paradossalità della posizione ‘conservatrice’ di Zourabichvili rispetto al mainstream filosofico contemporaneo non si traduce, tuttavia, in un’adesione acritica al soggettivismo classico, cartesiano. E qui si riconferma la presenza cruciale di Spinoza: uno Spinoza molto ‘nietzscheano’ laddove, beninteso, anche Nietzsche sia stato sottratto all’ombra lunga ‘postmodernista’ di cui si è appena accennato (cfr. Maurizio Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino 2017).

Spinoza agisce in Zourabichvili in un duplice senso.

Dapprima, teoreticamente, il concetto spinoziano di modo scongiura il rischio di scambiare il soggetto per una sostanza solipsistica auto-riferita e in sé conchiusa: il soggetto, ogni soggetto (quello singolo come quello collettivo) è espressione di una Sostanza che, pur incarnandosi nella rete immanente delle relazioni intramondane, tutte le trascende in quanto da nessuna relazione può mai venire definitivamente ‘com-presa’.

Al contempo, antropologicamente, la nozione spinoziana di conatus consente l’affrancarsi del soggetto dall’ipoteca intellettualistica che la modernità (o almeno, la sua versione ortodossa) gli ha spesso assegnato.

L’individuo, con la sua caratteristica intellettualità, non rappresenta una negazione della naturalità da cui proviene. La natura non “si annulla” nel soggetto pensante: l’individuo, al contrario, tanto più sarà tale – ossia, tanto più potrà ‘individuarsi’ (sese conservandi) – quanto più saprà pensare la natura che, in lui e fuori di lui, “si muove”.

Rendere “ragione” dell’Altro: è questa per Spinoza la ratio che fa del soggetto propriamente se stesso, perché soltanto l’intelligenza dell’alterità – di ciò che sempre ‘muta’ – assicura la “formazione” dell’individuo come identità, ossia come il Medesimo, ciò che sempre ‘sta’ (con tutte le risonanze hegeliane del tema, che Zourabichvili non manca di esplicitare).

Metafisica e potenza

Una siffatta interpretazione ‘energetica’ della ragione moderna – con la conseguente problematizzazione della matrice ‘politica’ che la innerva (l’inesausta dialettica tra politeia e polemos, tra ‘costituzione’ e ‘conflitto’) – rende la prestazione filosofica di Zourabichvili davvero sui generis, ma non deve trarre in inganno: non stiamo assistendo ad una versione aggiornata di “occasionalismo” irrazionalistico ed anti-moderno (che semmai del moderno razionalismo rappresenterebbe, qui come altrove, non altro che la cattiva coscienza).

La sfida lanciata da Zourabichvili si realizza sul piano ideale, anziché essere meramente ideologica. Si tratta di un’esperienza di pensiero rigorosa che ha dunque una veste, non arcaica, bensì archeica: è l’esperienza stessa della metafisica, la metafisica autentica (non certo quella degenerata in dogmatica), il cui fondamento – l’Arché – Zourabichvili intende riattualizzare.

Ciò che, ancora una volta, è reso plausibile dal ricorso al referente spinoziano, qualora si riporti all’attenzione una figura di notevole importanza per l’autore dell’Ethica: la metafora dell’infans. In virtù del principio cosmologico del «Deus sive Substantia sive Natura», con cui Spinoza legge in chiave ‘moderna’ l’antico Logos platonico ed ancor prima eracliteo, Zourabichvili ripensa alla medesima “volontà di potenza” che, trecento anni dopo, apparterrà all’Oltre-uomo di Nietzsche: l’allegoria metafisica del “fanciullo” che sa corrispondere – attraverso la ‘potenza’ della risata – all’eternità di ogni essente, al suo “eterno ritorno”, che è ‘potente’ in quanto  manifesta presenza dell’assoluto possibile (cfr. Rocco Ronchi, Il canone minore. Verso una filosofia della natura, Feltrinelli 2017).

Ecco perché il «conservatorismo paradossale» di Infanzia e regno non ha nulla di moralistico, pur facendosi portatore di un’istanza paidetica ed ‘umanista’ decisiva e radicale: l’auspicio che ciascun individuo (e di conseguenza ciascuna collettività) sappia riconoscere la propria essenziale Physis, la “natura” irripetibile della propria originaria Singolarità, immagine di quella immemorabile potentia ‘creativa’ dell’Origine che nessuna Ragione è in grado di de-terminare ‘scientificamente’, ma che fonda la possibilità ontologica della nostra stessa esistenza.


Written by Davide Inchierchia


Info

Sito Negretto Editore
http://www.negrettoeditore.it/

Facebook Negretto Editore
https://www.facebook.com/negrettoeditoremantova/


Fonte

http://oubliettemagazine.com/2017/12/11/le-metier-de-la-critique-la-metafisica-della-potentia-in-francois-zourabichvili/



In libreria “Cento Farfalle e… più”: la raccolta poetica di Massimo Pinto pubblicata da Bastogi Libri




“[…] La finestrella inquadra/ di luna argenteo il lume/ che illumina la roccia/ della casa di Dio. Di pietra è il mio giaciglio,/ ruvida la coperta,/ mentre tra me io prego/ che notturni piaceri/ non vengano a tentare/ il mio giovane corpo:/ occhi di brace e seni/ di fanciulla tra i fiori,/ che ergono il mio sesso./ Tutto ho compiuto ormai:/ mi addormento sereno./ Clemente il Buddha viene,/ tra le braccia mi prende/ e in volo mi conduce/ lassù, sempre più in alto,/ del Chomolungma in cima./ […]” ‒ “Il monaco tibetano

“Cento Farfalle e… più” è una raccolta poetica dell’autore Massimo Pinto, pubblicata nel 2017 dalla casa editrice Bastogi Libri. Abbiamo conosciuto l’autore nel 2016 con il romanzo “Il trono del padre ‒ L’innocenza”, uno spaccato della relazione esistente tra padre e figlio attraverso due momenti storici diversi: il 1950 a Roma ed il 1820 a Vienna nella corte di Napoleone Bonaparte. 

Inaspettata una raccolta poetica che mette in luce le simboliche vedute e l’ampiezza di spirito di uno scrittore che ha esordito in prosa con un romanzo di carattere storico ed antropologico/familiare.

 “Cento Farfalle e… più” apre, successiva alla Prefazione di Massimiliano Grotti, con un consiglio per il lettore pronunciato in modo solenne dallo stesso Pinto: “Le poesie non dovrebbero essere lette rapidamente come un romanzo, tutte di seguito in fila; anzi sarebbe bene leggerne non più di tre o quattro nella stessa giornata, e su quelle soltanto soffermarsi a lungo sino a che non rivelino tutto ciò che debbono rivelare, che sarà diverso per ogni lettore. Soltanto dopo si dovrebbe andare avanti. Una per una sono poesie, una dopo l’altra un romanzo, come lo srotolare visivo di un “volumen” di una ipotetica colonna romana.” Un consiglio valido per tutti i versi che son stati scritti perché essi rappresentano l’essenza di un lungo e tortuoso dialogare del pensiero che il poeta opera incessantemente per mesi, anni.

Nello specifico Massimiliano Grotti scrive:Così, mentre la narrativa si rivela un viaggio verso altri mondi e realtà, la poesia si struttura come un lento cammino verso il proprio io interiore, spingendo l’uomo a ritrovare il senso di sé per ristabilire una naturale comunicazione con le cose e con i suoi simili, per indurlo a momenti di meditazione e di riflessione sulla temuta realtà e sul suo rapporto con gli altri. […] La poesia, difatti, è anche rispondere a quella voce interiore che proviene dal profondo, un richiamo intraducibile e ineffabile per mezzo della prosa ma che si concretizza mediante l’arte poetica. Il linguaggio diviene strumento attraverso cui, ancor prima di comunicare, si vuole esprimere uno stato e dove ogni agglomerato di vocali e consonanti, ogni parola può suscitare emozioni diverse in lettori e uditori differenti. Il poeta, così, utilizza le parole non per la mera comunicazione pratica bensì per esprimere una particolare condizione dell’essere, dell’anima.

“Cento Farfalle e… più” consta di tre parti denominate I frutti acerbi sui rami”, “La messe maturaed ormai ingiallite, cadono le foglie”. Le liriche sono immerse in una pluralità di metro che riecheggia le pubblicazioni degli scorsi secoli, non è infatti abituale nella pubblicazione contemporanea trovarsi davanti un’opera che spazia dai versi liberi agli endecasillabi, ai decasillabi, ai novenari, ai settenari, ai senari, da strofe strutturate (eptastiche, cinquine, quartine, ecc.) a quelle libere, sino all’assenza di strofe, dall’assenza di rima alle rime baciate o alternate, dalla lirica compatta al poemetto, in un godibile, sapiente ed ispirato alternarsi, ove anche la forma diventa parte della sostanza.

Esplorazione del verso, esplorazione della struttura che si impadronisce della parola sino alle viscere del simbolo. Nella Prefazione di Grotti, infatti, troviamo: “Optando talvolta per il verso libero, tipico di molta poesia contemporanea, talora per una metrica più tradizionale, il poeta impiega sillabe e versi nella decisione di tagliare e interrompere il flusso poetico attraverso un abile impiego delle strofe o della struttura della rima, tra assonanza o consonanza. La musicalità e il ritmo conferiscono maggiore matericità alle parole di Massimo Pinto, dotandole di ulteriore espressività soprattutto alla luce di un passato costellato di soddisfazioni, di rimpianti e di quel senso di perdita, costante della vita umana.

Non sembra sia bastato/ mettere in evidenza,/ con sondaggi spaziali,/ il cosmico irrisorio/ di questo nostro globo/ e, conseguentemente,/ la sua fragilità.// Ogni giorno di più/ stiamo continuando/ a vendere tamburi,/ di pretender fingendo/ il silenzio assoluto!” ‒ “I signori della guerra

Massimiliano Grotti nell’esporre le tematiche presenti in “Cento Farfalle e… più” configura i versi come “[…] una cosmogonia onirica in una costante tensione al realismo dando voce alle emozioni, alle fantasie, ai rimpianti, alle riflessioni di una vita vissuta con sentimento e passione, nel bene e nel male, ma anche con esperienze attinte dalla storia, la sua e la nostra storia, e dai più remoti angoli del mondo. E proprio la tematica del bene e del male, del giusto e dello sbagliato, del Libero Arbitrio viene affrontata in un approccio dai tratti nicciani ma al contempo dando voce, in Volontariato, a chi è dimenticato o diverso in un’aspra critica sociale:Tra i borderline non ho mai trovato/ difficoltà a comprendere ed agire,/ mentre feroci ostacoli mi han posto/ le persone “normali” dello staff/ che speculava su disgrazie altrui.””

Massimo Pinto è nato e vive a Roma, laureato in Economia alla Sapienza ed in Teologia presso l’Ateneo Romano della Santa Croce. È Croce al Merito Melitense del Sovrano Militare Ordine di Malta. Nel 1998 ha pubblicato il saggio “Stato sociale e persona”. Nel 2016 pubblica con la Bastogi Libri “Il trono del padre ‒ L’innocenza” premiato il 17 giugno 2017 con una Segnalazione Particolare della Giuria presso la prestigiosa Abbazia di San Fedele a Poppi (Arezzo) per la 42° edizione del Premio Letterario Casentino, nella sezione narrativa/saggistica edita.

[…] Ma dorme il pescatore,/ sentendo come è grande/ il pensiero del mare/ nella notte d’incanto,/ incontrastato nume/ delle radiose albe/ dai rosei polpastrelli,/ dei purpurei tramonti,/ e dalla barca sogna,/ libero, di tuffarsi/ nei tuoi abissi profondi,/ stupefatto di gioia,/ respirando le acque/ dal tuo canto sedotto,/ e, quindi unito a te,/ finalmente tuo eguale,/ salire oltre le stelle.” ‒ “Sogno del pescatore

Written by Alessia Mocci

Info
Sito Bastogi Libri
http://www.bastogilibri.it/
Acquista “Cento Farfalle e… più”
https://www.lafeltrinelli.it/libri/pinto-massimo/cento-farfalle-e-piu/9788894894417
massi.pinto@tiscali.it

Fonte
http://oubliettemagazine.com/2017/12/23/in-libreria-cento-farfalle-e-piu-la-raccolta-poetica-di-massimo-pinto-pubblicata-da-bastogi-libri/



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LO SAPEVI CHE...???


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Il CERVELLO, che rappresenta appena il 2% del nostro peso corporeo, richiede + del 20% del fabbisogno di OSSIGENO dell'intero organismo?
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Scrivimi! di Franco Rizzi: le due guerre, l’oceano e l’avverso destino di un marinaio innamorato



Mattea non era riuscita ad alzarsi, fino al suo letto non era arrivata. Così il suo terzo figlio era nato lì, sulla soglia di casa, con la sola assistenza di due vicine, accorse alle sue grida.

Ci sono destini segnati dalla nascita, da avvenimenti casuali che anticipano il futuro del nascituro. Mattea Strangio, in cuor suo, ha sempre saputo che quel terzo figlio venuto al mondo sulla soglia di casa non avrebbe avuto una vita consona al piccolo paese della Puglia nel quale abitava con suo marito Francesco Martini.

Nino Martini, sin dall’infanzia, ha mostrato il suo carattere ribelle e la curiosità verso l’esterno. Un bambino di corporatura sana, bello d’aspetto ma turbolento, la sua anima scalpitava in attesa di quel futuro così ambizioso ed avventuriero. Ogni episodio sembrava segnare sempre più quella strada, fu infatti nel 1908, durante un terremoto a Messina e Reggio Calabria, che Nino seppe dell’esistenza delle navi e dei marinai che avevano tratto in salvo gli abitanti. Aveva 14 anni ed ero bastato un racconto per far accendere la fiammella del viaggio per mare, così giovane aveva subito abbracciato il fato e l’ignoto.

“… scrivimi!” edito nel febbraio 2017 da La Paume (Officine Grafiche Francesco Giannini & Figli S.p.A.) è la quinta pubblicazione di Franco Rizzi (Torino, 1935).

Avevo iniziato la stesura di una bozza di romanzo alcuni anni dopo la morte del protagonista, avvenuta nel novembre del 1972. Poi l’avevo abbandonata e infine ripresa a seguito di nuovi spezzoni di racconti, raccolti dalla voce di una nipote rimasta più vicina al protagonista.L’autore svela che il romanzo è tratto da una storia vera con tutte le manipolazioni tipiche del narratore che impasta realtà e fantasia. 

Le vicende riportate in “… scrivimi!” acquistano valore storico per i dettagli sulle due grandi guerre che hanno attraversato l’Italia, di grande fascino la visione dell’uomo comune che non mastica politica ma che riflette sugli improvvisi cambiamenti di quegli anni.

Nino Martini era uno di questi, non aveva completato gli studi, non poteva lavorare nei campi come suo padre, né aveva un carattere docile come suo fratello maggiore per prestare servizio al signorotto del paese. E Necessitas non tardò a mostrarsi rischiarando l’unico possibile cammino: l’allontanamento da casa e l’arruolamento in marina.

Parliamo di un’epoca nella quale la donna aveva il compito di dare alla luce figli e badare alla loro educazione, parliamo di Mattea che regolarmente a termine di una gravidanza aspettava già il prossimo figlio. L’accidente che portò Nino ad iniziare il suo sogno fu un amore fugace tra la sorella Ada ed un vicino di casa, una fuitina che si manifestò in una gravidanza che portò al tentato suicidio da parte della ragazza per la troppa vergogna.

Parliamo di tempi diversi da quelli odierni e del sud, nel quale l’onore e la pacificazione andavano di pari passo. Ma Nino non poteva sopportare l’evento, il suo animo sanguigno si frammise tra la decisione del padre Francesco e del padre del vicino, portando i coniugi Martini all’unica soluzione di staccarsi da loro figlio per salvargli la vita. Così Mattea si ritrovò nuovamente sulla soglia di casa, in lacrime, per quel bel figlio che scalciava per respirare vita.

Le donne tratteggiate da Franco Rizzi, seppur diverse fra loro e non protagoniste di “… scrivimi!”, sono centrali e marcate dal sentimento dell’amore puro che anche quando viene intaccato dall’egoismo, come nel caso della zia Matilde, manifesta la volontà di fare del bene.

Mattea quindi continuava a ringraziare la Madonna per aver protetto il figlio fino a quel momento. Lei il mare non l’aveva mai visto e faticava a figurarselo. L’acqua dove si poteva morire annegati, per lei era quella del pozzo da cui aveva estratto Ada, forse il mare era come un pozzo immenso dove non bisogna mai cadere.

Il modus scribendi dell’autore è chiaro, preciso, amichevole e talvolta immaginifico e poetico. Ci troviamo sulla bettolina addetta al trasporto di carbone, beviamo l’acqua salmastra, ci stupiamo della distanza delle terre emerse, seguiamo passo passo il giovane Nino diventare un uomo curioso e sicuro di sé.

Lo seguiamo nella guerra contro la Turchia quando “la tensione, creata dalla paura, diventa palese”, quando piantò nello stomaco del nostromo la spazzola che teneva stretta nel pungo, quando il caccia italiano nel quale era imbarcato inizia ad affondare.

Il nostromo, individuata la sua vittima, si era avvicinato guardando Nino con aria minacciosa, poi aveva sputato il grumo di saliva e tabacco che teneva in bocca, infine indicando quel rivoltante schizzo di saliva, aveva sibilato:
«Pulisci subito, brutto cafone!».

Da Taranto andiamo a Napoli, Tripoli, Ancona, Livorno, La Spezia, New York. Siamo in trincea nel comune di Nervesa con tre cannoni smontati dalle torrette del caccia, è il 1917, tedeschi ed austriaci avanzano e Nino è in prima linea con Abramo Salerno.

Lui osservava affascinato i calcoli che il capitano Salerno, dopo aver ricevuto gli ordini, elaborava per sistemare correttamente l’alzo dei cannoni e colpire gli obiettivi avversari; digiuno di matematica e trigonometria, ogni volta tutto questo gli sembrava quasi un rito magico.

Le giornate del nostro marinaio sono pregne di peripezie, la lettura di “… scrivimi!” scorre veloce alla ricerca del perché del titolo del romanzo, indagine che ha la sua risposta nel capitolo denominato “Maria Grazia”. Siamo a Livorno ed è il 1922.

Ed è questa fanciulla alta con le gambe snelle, i capelli ondulati castani chiari ed occhi nocciola che fa conoscere l’amore a Nino che sino ad allora aveva avuto rapporti occasionali con le donne ma il suo cuore non aveva mai sobbalzato. Anche questo evento è solcato da Necessitas, ἀνάγκη divinità greca al di sopra degli Dei dell’Olimpo a cui anche Zeus doveva sottostare.

Il pomeriggio in cui Nino incontra Maria Grazia nella piazza di Fortezza Nuova è preceduto dalla notizia del suo trasferimento da Livorno a La Spezia.

Un anno dopo Nino è in viaggio per New York, pochi averi nelle mani e la grande speranza di far successo, in quella terra dalle sfavillanti promesse, per riuscire a sposare la sua amata e poterle dare così una vita degna della sua bellezza.

Franco Rizzi è osservatore attento di una storia amara imprigionata in donne ed uomini che sono nati in miseria, che hanno vissuto le due guerre mondiali, che hanno visto le città cadere una dopo l’altra, la fame che ha straziato corpi terrorizzati dalle frequenti bombe, anni in cui “tutto finisce per perdersi in un grande rimpianto, quello di aver vissuto la vita sbagliata.

È complesso collocare “… scrivimi!” in un genere letterario, è sia un romanzo di carattere storico, sia un’intensa storia d’amore, è la descrizione di un mondo in cui le donne devono sottostare a leggi maschili, è un’analisi lucida dell’organismo politico che guarda al popolo come alla massa che viene adoperata per interessi espansionistici, è l’abbaglio del matrimonio senza amore che deturpa l’anima, è l’impresa dell’uomo delle campagne che dondola tra giornali e radio, è il travagliato tragitto di un cospicuo numero di lettere da New York a Livorno che non hanno mai ricevuto risposta.

E se questo non fosse bastato a confondergli le idee, i giornali scrivevano anche di un poeta mezzo matto che aveva guidato un gruppo di militari, matti come lui, alla conquista di una città di mare chiamata Fiume.

Written by Alessia Mocci

Info
Sito Franco Rizzi
http://www.francorizzi.it/
Acquista Scrivimi!
https://www.ibs.it/scrivimi-libro-franco-rizzi/e/9788894864014
Facebook La Paume Editrice
https://www.facebook.com/LaPaumecasaeditrice/

Fonte
http://oubliettemagazine.com/2017/11/23/scrivimi-di-franco-rizzi-le-due-guerre-loceano-e-lavverso-destino-di-un-marinaio-innamorato/



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Dire Fare Donare di A.A.V.V.: la cultura del dono e del volontariato nelle comunità in trasformazione






È possibile che costruire nuovi ponti tra vita pubblica e vita privata rappresenti una condizione per favorire interazioni, legami fra le parti, relazioni interpersonali che variano la qualità di vita di una determinata comunità? Molti studiosi lo pensano, chiarendo che il capitale sociale si esplicita attraverso la connotazione fiduciaria, reciproca e cooperativa dei legami. Sostengono anche che sia possibile educare le persone ad avere fiducia, ingrediente di base del capitale sociale, dello spirito civico e solidale di una comunità.‒ Cinzia Migani
Dire Fare Donare” è un volume pubblicato a maggio 2017 dalla casa editrice Negretto Editore, curato da Cinzia Migani, Matteo Scorza, Andrea Pagani, Giancarlo Funaioli, Roberta Gonni, Ennio Sergio.
La premessa, a firma dei curatori, illustra la sua genesi frutto di riflessioni che si sono mosse dal progetto “Il volontariato è un dono di tutti. La cultura del dono per stare bene”. In apertura si citano le parole di Georg Simmel: “La libertà individuale non è pura determinazione interna di un soggetto isolato, ma un fenomeno di relazione. […] la libertà, come la non-libertà, è un rapporto tra uomini.
“Dire Fare Donare” consta di 272 pagine ed è suddiviso in tre parti. Nella prima di carattere introduttivo si espone il progetto, si toccano i punti salienti del volontariato ieri ed oggi, e della possibilità di costruzione di luoghi d’incontro per stringere relazioni durevoli. I paragrafi portano le firme di Cinzia Migani, Giancarlo Funaioli, Matteo Scorza ed Andrea Tieghi.
Nella seconda si sviscera il concetto filosofico-politico del dono con gli approfondimenti di Matteo Scorza, Arrigo Chieregatti, Giuseppe Licari, Andrea Pagani, Maria Rosa Franzoni, Alba Galassi, Cristina Zanasi, Stefano Zamagni, Alba Natali, Ennio Sergio, Federica Gallucci, Maria Francesca Valli ed Ivonne Donegani.
Nella terza sezione curata da Andrea Pagani ed intitolata “Racconti di dono” si passa dall’astratto al concreto, infatti il soggetto dell’investigazione è il racconto di vita, dunque l’esperienza del dono. L’introduzione “Creare – (ri)creare: tecniche di scrittura creativa” porta la firma di Roberta Gonni ed assieme alla Premessa “Il dono della narrazione” si anticipano i racconti di Elena Gardenghi, Melissa Cavina, Erica Balducci e Mattina Salieri, Alessandra Scisciot, Barbara Bellosi, Daniela Galassi, Maria Mancino, Tullia Marabini, Tiziano Gioiellieri, Paola De Simone e Maria Mancino, Mirella Morara, Stefano Balboni Nicola Cursi e Marina Mariotti, Paola De Simone, Maria Mancino e Mirna Turrini, Stefano Cavallini, Daniela Bartoli.
Essendo una pubblicazione variegata per l’approccio al donare che ogni persona racconta si è scelto di trattare tre contributi firmati rispettivamente dal direttore della rivista Narrare i gruppi Giuseppe Licari, il docente e scrittore Andrea Pagani e l’economista e docente universitario Stefano Zamagni.
Con il titolo “Spunti antropologici per una rilettura del dono e dell’identità” Giuseppe Licari introduce la sua argomentazione che indaga sul forte contatto dei due termini “dono” ed “identità”.
Focale il concetto di “obbligazione alla restituzione” inerente al dono. Licari cita lo studio “Saggio sul dono” di Marcel Mauss nel quale si sviscera la necessaria restituzione del dono ricevuto. Dare e ricevere diventano motori sociali che innescano quel gioco affascinante che vede l’impegno al restituire un bene che si è accolto. Connesso quest’ultimo non solo ai beni materiali, si pensi alla tradizione di un regalo per il compleanno, ma al dono della vita, del pensiero di poter allargare la comunità con la creazione di un figlio.
Limitare la necessità altrui, donare il proprio tempo, beni e parti di sé: questa l’essenza del volontariato che propone Licari trattando della crisi economica che da dieci anni si è diffusa in Italia. Si cita l’articolo 3 della Legge delega per la riforma del Terzo settore, dell’impresa sociale e del Servizio civile che “prevede di procedere al riordino e alla revisione dell’attuale disciplina in materia di attività associative, di volontariato e di promozione sociale, in particolare della legge-quadro sul volontariato (legge 11 agosto 1991, n. 266) e della legge di disciplina delle associazioni di promozione sociale (legge 7 dicembre 2000, n. 383), assumendosi il compito di dare risposte a queste nuove necessità ponendo sempre maggiore attenzione alla rete dei Centri di Servizio per il Volontariato.
Una riflessione sul dono che intacca il modello Occidentale, perché donare nell’ampia accezione della parola non è il solo regalo al familiare oppure verso persone che hanno estrema necessità, dunque un atto di volontariato. Donare è libertà, non prevede necessariamente un compenso od un’aspettativa, è come un sorriso al momento giusto, uno strumento che ci permette di creare legami sociali, un bene relazionale che bilancia gli squilibri dell’economia.
Latouche direbbe che l’uomo occidentale ha subito la colonizzazione del suo immaginario con ogni sorta di particolari legati all’utilità dello sviluppo continuo e della crescita senza limiti, dove tutti potranno essere sempre più ricchi e gratificati nei loro bisogni e desideri.” – Giuseppe Licari
Con il titolo “La narrazione: esperienza individuale o costruzione di comunità?” Andrea Pagani ci trasporta in un treno che parte da Firenze ed arriva a Roma, ci racconta di una donna distinta che si siede nel sedile di fronte a lui. La donna ha circa sessant’anni, è molto elegante e dalla borsetta estrae un libro appena comperato. Inizia a leggere, gli occhi sono avidi e non si staccano per un solo momento dalle pagine tanto da apparire una lettura estatica.  
Al capolinea, la donna si alza e depone il libro sul sedile. Solo in quel momento Andrea Pagani ha il coraggio di interloquire con il fascinoso essere umano indicandole il libro dimenticato. Ma la donna dalla profumata sciarpa turchese risponde: “[…] L’ho lasciato apposta. […] se un libro mi intriga molto, non voglio andare oltre i primi capitoli e non voglio farmi condurre dalla soluzione del narratore. Mi piace continuare da sola. Mi piace pensare ai possibili infiniti sviluppi. Mi piace lasciare il libro così, sul sedile di un treno, a un destino imperscrutabile, sperando che un altro viaggiatore lo prenda, lo legga e magari, a sua volta, continui lo sviluppo della storia a suo modo, abbandonando il libro proprio come ho fatto io.
Quanto un evento di poche ore può aprire lucenti finestre nel pensiero? Pagani lo rivela in questo ricordo, un’illuminazione sul donare storie ad un prossimo sconosciuto, un atto che denota la volontà di condividere la bellezza di una storia e la capacità di immaginare le possibili conclusioni della stessa. Un episodio che ha ispirato anche il laboratorio “Memoria, dono, identità” del maggio 2016 ad Imola nel quale Pagani ha voluto mettere in pratica la domanda provocatoria: “la narrazione è un’esperienza individuale o una costruzione di comunità?
Con il titolo “Il ruolo profetico del volontariato” Stefano Zamagni pone l’accento sull’amicizia civile considerata come autentica azione volontaria della società, che rende possibile le condizioni dell’instaurarsi del principio della reciprocità. La domanda posta da Zamagni è di ambito istituzionale in quanto si chiede ‒ e ci chiede ‒ se è possibile pensare al volontariato non solo come strumento utile per le carenze del welfare state ma anche per cambiare le istituzioni economiche. Secondo il docente, se prendiamo in considerazione la logica della gratuità e dell’etica del bene comune è possibile attraverso il volontariato valorizzare il talent nascosto che c’è in ogni persona.
Zamagni in una lucida analisi tratta il volontariato nell’ambito del neoliberismo considerandolo giustamente inquietante, infatti come può questo homo oeconomicus odierno che segue la logica del self-interest attraversare anche l’assunto antropologico di filantropo? La risposta è semplice: dovrebbe essere schizofrenico o bipolare così da rivestire i due modi dicotomici di azione nella società. 
Sul sistema neostatalista invece sostiene: “L’assistenza per via esclusivamente statuale tende a produrre soggetti assistiti ma non rispettati, perché essa non riesce a evitare la trappola della “dipendenza riprodotta”. L’indecenza, nel senso dell’umiliazione, che il modello neostatalista tende a produrre è assai efficacemente resa dalle parole del protagonista del film La grande seduzione, una persona che vive di sussidi di disoccupazione: ‘Ogni mese non ritiri solo i soldi, ritiri anche la vergogna. I soldi non bastano che per quindici giorni, ma la vergogna dura tutto il mese.’”
Contraria a queste due logiche di mercato e profitto è invece il volontariato che diventa dono non solo a favore di un corto raggio (amici, parenti) ma come atto pubblico ed in quanto ambito dell’agire umano non deve essere relegato in spazi dedicati.
Il concetto di agire virtuoso si unifica con la fraternità e spinge alla riflessione della dimensione del gratuito.
In realtà, mentre quello di solidarietà è il principio di organizzazione della società che tende a rendere eguali i diversi, il principio di fraternità consente a persone che sono già in qualche senso eguali di esprimere la propria diversità, di affermare cioè la propria identità. È per questo che la vita fraterna è la vita che rende felici.” ‒ Stefano Zamagni
“Dire Fare Donare” è stato promosso da VolaBO - Centro Servizi per il Volontariato della Città metropolitana di Bologna, in collaborazione con la Città metropolitana, con il patrocinio delle associazioni regionali del dono di sangue e organi AVIS, AIDO e ADMO e con la preziosa collaborazione dei Centri di Servizio per il Volontariato in Emilia-Romagna, delle organizzazioni del terzo settore, dei DSM-DP (Dipartimenti di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche) delle Ausl, degli enti locali che hanno aderito alla rassegna, dell’Istituzione Gian Franco Minguzzi della Città metropolitana di Bologna, del gruppo regionale Teatro e Salute Mentale; con il supporto di volontari, operatori e cittadini che hanno donato la loro storia.
Le illustrazioni presenti in “Dire Fare Donare” portano la firma di Carlo Ferri.
La copertina è stata curata da Silvia Camporesi.

Written by Alessia Mocci
Ufficio Stampa Negretto Editore

Info
https://www.ibs.it/dire-fare-donare-cultura-del-libro-vari/e/9788895967301
http://www.negrettoeditore.it/


Fonte
http://oubliettemagazine.com/2017/11/08/dire-fare-donare-di-a-a-v-v-la-cultura-del-dono-e-del-volontariato-nelle-comunita-in-trasformazione/



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Per iniziare, occorre smetterla di PARLARE e passare all'AZIONE:

L'opportunità non sarebbe tale se si potesse rimandare la scelta di poterla cogliere...
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Intervista di Alessia Mocci a Claudio Borghi: vi presentiamo il libro L’anima sinfonica


“Dal seme profondo nasce un nuovo incanto ed è subito fuoco. Brucerei volentieri insieme a questa musica, ma ho deciso: resto a respirare la fragranza di questo mattino, di questo mondo rappreso in acqua e aria, nella fresca sapienza delle idee che mi corrono nell’anima come animali increati.” – “L’anima sinfonica”

Claudio Borghi è nato a Mantova nel 1960. Laureato in fisica all’Università di Bologna, insegna matematica e fisica in un liceo di Mantova. Ha pubblicato articoli di fisica teorica ed epistemologia su riviste specializzate nazionali e internazionali, in particolare sul concetto di tempo e la misura delle durate secondo la teoria della relatività di Einstein.

Presso l’editore Effigie sono uscite due sue raccolte di versi e prose, “Dentro la sfera” (2014) e “La trama vivente” (2016). Una selezione di testi da “La trama vivente” è stata pubblicata nella rivista Poesia (Crocetti Editore, settembre 2015), con una nota critica di Maria Grazia Calandrone. Nel maggio del 2017 presso Negretto Editore è uscita la raccolta “L’anima sinfonica” nella collana “Versi di versi” con la presenza di una nota di lettura di Zena Roncada.

I testi de “L’anima sinfonica” sono un connubio di prosa e versi, e come lo stesso autore ci racconterà a breve, frutto di scritti giovanili che successivamente sono stati ripresi in mano ed interpretati.

Suddiviso in quattro sezioni (“L’attesa nel nulla”, “Itinerario verso l’Ultimo”, “Pensieri di Mozart” ed “Il seme della notte”) il lettore viene rapito dalla bellezza della musicalità del verso pregna di spiritualità. Né una parola in più né una di meno, ci si addentra in un percorso metafisico nel quale, citando lo stesso Borghi, è bene ricordare che “La verità non sarà mai nell’anima. L’anima crea nel tempo solo favole e versi. L’anima segue la marea.”

Non proseguo oltre, e vi lascio alle risposte di Claudio Borghi, certa che possano illuminarvi sulla sua ultima pubblicazione “L’anima sinfonica”.

A.M.: Ciao Claudio, innanzitutto volevo complimentarmi per questa pubblicazione con la casa editrice Negretto Editore. Scommettere sulla filosofia oggigiorno è abbastanza arduo, ma fortunatamente ci sono ancora editori che ne garantiscono la sopravvivenza. Come prima domanda mi piacerebbe che parlassi ai lettori della genesi e dell’editing del libro “L’anima sinfonica”.

Claudio Borghi: Ciao Alessia, ti ringrazio per i complimenti. E colgo l’occasione per ringraziare anche Silvano Negretto, editore coraggioso che pubblica solo testi che ritiene, a suo dire, di provata qualità, il che mi rende molto orgoglioso di far parte della sua scuderia. I testi raccolti sotto il titolo L’anima sinfonica abbracciano un arco temporale molto esteso, dal 1978 al 1997. In realtà i primi tre, L’attesa nel nulla, Itinerario verso l’Ultimo e Pensieri di Mozart, sono concentrati nel periodo tra il 1978 e il 1980 (ero studente liceale-universitario), mentre il quarto, Il seme della notte, risale al biennio 1996-97. Intorno ai primi anni novanta avevo cominciato a rileggere gli appunti risalenti a oltre dieci anni prima, su cui non ero più tornato. Il lavoro per recuperare, ordinare, interpretare e trascrivere i tanti fogli che avevo riempito, con calligrafia minutissima, di pensieri e versi era durato più di due anni, in cui mi ero riappropriato di tracce di vita e flussi di mente e sentimento che erano sì trascorsi attraverso me, ma mi apparivano lontani, quasi estranei e potenzialmente perduti. Dopo la fatica erano nati, quasi naturalmente, in una sorta di continuità interiore, i versi e le prose de Il seme della notte, in cui l’anima sinfonica, oasi emozionata di tempo, aveva ripreso a pulsare. Si tratta di un’opera, per quanto giovanile, per me di grande importanza, in quanto le radici di Dentro la sfera (Effigie, 2014) e La trama vivente (Effigie, 2016) sono in questo itinerarium teso, emozionato, sul filo di una rapsodia musicale il cui esito rimane da principio a fine incerto e sospeso. Nella Postilla conclusiva ho scritto: “Nella continua germinazione di idee da semi identici, con la mente e il cuore in equilibrio instabile tra pieno e vuoto, essere e nulla, repentina accensione e improvvisa assenza di parola, ha trovato forma sinfonica un’esperienza creativa che non rientra in nessun genere, sospesa com’è tra poesia e filosofia, teologia e mistica, proprio perché è nulla, non ha ancora o non vuole cadere in una forma chiusa o in uno stile prefissato.”
Si tratta in effetti di una forma complessa e di una struttura in divenire. Il libro è stato in origine pensato, e la natura singolare degli aforismi lo conferma, come una possibile evoluzione del Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein (in particolare delle ultime proposizioni, quelle sul mistico), che dalla forma del pensiero razionale-speculativo a poco a poco si trasfigura in poesia. Un’immagine che esprima questa evoluzione naturale, una sorta di mutazione genetica, dal pensiero speculativo alla poesia, potrebbe essere uno dei tanti quadri di Escher in cui degli animali, ad esempio pesci, diventano uccelli o farfalle, liberandosi metaforicamente dalla prigione del sensibile e dell’intelletto per staccarsi in forma di volo poetico.


A.M.: In apertura del capitolo “L’attesa del nulla” proponi al lettore l’argomento del tuo lungo dialogare: la luce. Nel paragrafo: “L’io è alienato in una dimensione spaziale, abita il cerchio, è consapevole dell’una totalità del cosmo, coglie la fonte dell’armonia – in un volo smarrito” introduci il centro, l’io alienato che insegue la ricerca del senso. Il volo, la ricerca, è da intendersi come allontanamento dalla mente e dunque dalle dimensioni spazio/tempo in cui siamo ancorati?

Claudio Borghi: La metafisica totale, quasi senza respiro, in cui mi trovavo immerso, una sui generis metafisica della luce (nel senso non tanto di Odisseas Elitis, che allora non avevo letto, quanto del Juan Ramon Jimenez della Stagione totale o del Plotino delle Enneadi), si sposava, in una sorta di contrappunto poetico-musicale, con la teologia negativa della notte oscura di Juan de la Cruz o di Nicola Cusano, in una straniante quanto per me feconda prospettiva di possibile conoscenza empirica di una dimensione oltre l’io, a cui si accede dimenticando il sé contingente. La luce è una sintesi metaforica della comunione tra l’Uno e le anime-corpi. L’esistenza individuale, nelle sue contraddizioni, nella sua multiforme provvisorietà e contingenza, intellettuale ed esperienziale, si configura come una necessità interna all’Uno, che in un certo senso si invera nell’autenticità della dimensione, sospesa tra pienezza sensibile e privazione, estasi e dolore, in cui si risolve e si manifesta la vita delle creature. L’intuizione poetica vivifica il pensiero, accende l’io, lo rende pulsante e capace di volo, pur nello smarrimento dell’identità che lo confina in un guscio spaziotemporale. Non c’è progresso nell’avanzare della mente verso l’Ultimo, c’è uno schiarirsi autonomo, involontario della visione, in cui la ragione si abbandona al senso che si dona oltre il sé, oltre il pensiero.


A.M.: Stupore. Meraviglia. Un traguardo di elevarsi al di sopra delle idee. Le astrazioni nelle quali si rifugia la mente. Perché l’essere umano è determinato dalla volontà di definizione certa di verità? Come eludere queste illusioni autodeterminate?

Claudio Borghi: Ti rispondo citando uno dei passi finali de L’attesa nel nulla: “I filosofi – che parlano come se possedessero il succo intimo dell’umanità e raccontano l’idea immanente e lo sguardo trascendente che scruta il cuore dell’uomo – non sanno cosa dicono. Si smarriscono nel momento stesso in cui contemplano il loro apparente universo di certezza. La filosofia è testimonianza di uno smarrimento.”
Il pensiero ha bisogno di cristallizzare razionalmente una sostanza che gli sfugge, in quanto cambia continuamente forma: vuole persistenza laddove trova solo flusso o, come scrivevo in un passaggio dei Pensieri di Mozart, terzo capitolo del libro, un fuoco che brucia incessante: “La musica ovunque si sparge, gemmando dal cuore dell’ora. Gli specchi portano sempre più dentro, moltiplicano l’illusione della conoscenza verso la visione di una forma senza legami, incomprensibile e inimmaginabile. Il fuoco brucia incessante.”
Vivere la sinfonia della vita nel suo manifestarsi sfuggente e imprendibile è forse l’arte più alta, che richiede il sacrificio della presunta sapienza sistematica, chiusa nel castello d’argilla della ragione filosofica.

A.M.: Il viaggio in mare è inteso come pregno di “sofferenza e speranza”. Ma cosa intendi esattamente con “speranza”? Potrebbe essere una mera illusione? Ma soprattutto che cosa ritieni ci sia oltre la sofferenza e la speranza di un iniziale viaggio?

Claudio Borghi: Il senso del viaggio è puramente metaforico e allusivo. La marea più volte evocata è la marea del pensiero, che si dissolve avvicinandosi all’Uno, nello smarrimento di ogni forma al dilagare della luce: “L’anima si risolve nell’Uno, in marea altissima fluttuante scintillante come acqua che inonda – luce che da sé si rinnova nella sua ascesa lenta e profonda – marea immensa e presente – cresciuta su di sé e da sé fiorita: estasi, estasi della mente.” (da L’attesa nel nulla, sezione 5)
Sofferenza e speranza sono la materia sensibile dell’esistenza che viviamo in forma di creature, che Caproni riassumeva nel neologismo disperanza, titolo di una poesia del Conte di Kevenhüller. Il compiersi o risolversi dell’anima nell’Uno non sappiamo cosa possa significare nei limiti della nostra povera rappresentazione interiore. La sinfonia non nasce dall’io, che tenta di carpire e sondare il mistero del dolore insensato in cui dovrà prima o poi consumare la sua sostanza temporale, nella misura del distacco dalle forme care e della dissoluzione del corpo.


A.M.: Il crollo della Torre di Babele è un mito a cui dovremo costantemente prestare attenzione e che denota simbolicamente la nostra impossibilità di comunicazione. Infatti come ben scrivi: “La parola è sfuggente, senza forma, senza significato logico. La parola è bianca.”. Filosofi, poeti, alchimisti per millenni hanno parlato tramite simboli per codificare il linguaggio che ognuno di noi possiede al suo centro. Rammenti quando è iniziata la tua codificazione? E quali testi ti hanno teso la mano in questa selva?

Claudio Borghi: Sono tanti i testi e gli autori, provo a citarne qualcuno. Tra le opere filosofiche: il Timeo di Platone, le Enneadi di Plotino, le opere di Dionigi Aeropagita, Juan de la Cruz e Meister Eckhart, La Commedia di Dante e l’Itinerarium mentis in Deum di San Bonaventura, La dotta ignoranza di Nicola Cusano, De la causa, Universo et Uno e De l’infinito, Universo e mondi di Giordano Bruno. Tra le opere poetiche: Gli Inni alla Notte di Novalis, Les Illuminations di Rimbaud, Exil e Chronique di Saint-John Perse. Ma pensandoci bene me ne vengono in mente tanti altri, Simone Weil e Ludwig Wittgenstein (che Marco Vannini considera tra i più grandi mistici del Novecento), il Rilke delle Elegie Duinesi e dei Sonetti a Orfeo, Leopardi, Campana, Rebora, Michelstaedter, Caproni... ed è come un reimmergermi nell’io diffuso imprendibile che ero allora, nel pensiero di tante anime che mi parlavano e mi nutrivano, punto di luce che sentiva e viveva la conoscenza come atto di visione e annullamento del confine minuscolo della persona. La codificazione è iniziata intorno ai sedici-diciassette anni, grazie al filtro potente della Lettera del Veggente di Rimbaud.

A.M.: Qual è il tuo rapporto con la psicoanalisi ed in particolare con Carl Gustav Jung ed il concetto di ombra/daimon?

Claudio Borghi: Molto intenso, in tempi recenti, è stato il rapporto con Il Libro Rosso di Jung, opera di introspezione, superamento del sé fenomenico, rivelazione dell’enormità dell’essere che sta sotto la punta emersa della breve candela della coscienza. Gli studi sull’esoterismo, l’alchimia e il misticismo di Jung mi hanno molto affascinato, come quelli dello psicanalista junghiano James Hillmann, che sul tema dell’ombra/daimon ha incentrato Il codice dell’anima. Come dice un mio caro amico, il poeta Salvatore Martino, una poesia che non sia impregnata del mistero, dell’ombra del daimon, non ha senso di essere, si riduce a sterile ricamo, assenza di necessità, inutile maniera.

A.M.: L’immenso teatro della disperazione.” La consapevolezza di farne parte. L’angoscia profonda che invade come un’onda maestosa la terra. Se un approdo sicuro non è dato, dove potrà portarci questo peregrinare? Un’attesa dolce alla morte fisica?

Claudio Borghi: Vorrei precisare il contesto completo da cui è tratta la citazione che riporti, nella seconda sezione de L’attesa nel nulla: “La Bibbia rivela l’onda unica del problema: la sua radice è la cacciata dal paradiso terrestre e il suo cammino si snoda fino a Cristo. La Bibbia non risolve l’angoscia del singolo: la inserisce nell’onda unica: descrive l’immenso teatro della disperazione che si risolve in un grido sulla croce – quando, asciugatasi la marea, il padre pare troppo lontano – irrimediabilmente assente.”
Si tratta di un riferimento esplicito all’Antico testamento, alla disperazione generata dall’assenza del Padre, della luce della rivelazione. L’Antico testamento pare una immensa tragedia irrisolta, che si accende di possibile senso e si compie con la venuta e il sacrificio di Cristo. Lungi dal voler proporne una chiave di lettura in forma di escatologia cristiana, mi limito a suggerire che il libro alterna sinfonicamente modulazioni tragiche e alte tensioni meditative, che qua e là si appianano in improvvise illuminazioni, tra cui l’intuizione di Cristo come presente rapimento eterno, per cui il Verbo può essere concepito solo coniugandolo al futuro:
In principio era il verbo: queste le parole del mistico.
Strano inganno delle parole, che chiudono tutto nel tempo!
Cristo è il presente rapimento eterno – il verbo che nasce quando finisce il pensiero.
Il verbo è l’incontro tra la verità dell’uomo centrale, che parla di Dio, cerca e illumina una strada, e la verità indicibile del rapimento fuori dal centro, fuori dall’organismo, per la quale non esiste un linguaggio nell’essere.
Cristo è l’avvento della nuova lingua – la lingua che non dice.
Cristo deve ancora venire – è futuro in ogni momento della storia, per ogni popolo della Terra.

In principio era il verbo diventa, nella nuova lingua, il verbo sarà il principio. (Da L’attesa nel nulla, sezione 4)


A.M.: L’uomo diventa silenzioso come un albero o un animale, guarda il mondo con gli occhi di chi dentro tace.” Ritieni che sia possibile per tutti gli esseri umani giungere (e qui intendo nella dimensione spazio/temporale) a toccare questa quiete/nulla in contemporanea? Oppure questa è solo un’illusione che si ciba di speranza?

Claudio Borghi: Il tornare al nulla non è un rassegnarsi a una prospettiva sterilmente nichilista, ma uno spegnere l’io per sentirlo rinascere in altra forma. È un’esperienza accessibile a tutti, basta non pensare alla fine come distruzione, ma come rinnovamento. Cito alcuni passi successivi a quello che hai riportato tu, dalla sezione 3 de L’attesa nel nulla:
L’essere non è più la luce essenziale del mondo.
La sostanza si svuota di senso – perde vita – esce dalla filosofia.
L’organismo Uno appassisce e si scolora.

L’anima si contrae in voce che non dice, sospesa filtra la sostanza della mattina, espira un’aria che si sbianca.

Le parole nascono riempiendo la luce di forme.
Piano sbocciato in un discorso quasi intoccabile, in una musica senz’altro inudibile, affiora il centro come goccia dal nulla.

La sostanza pulsa, brilla in profondo come una gemma di limpidezza nuova – riducendosi a polvere di ali colorate – a un battito di farfalla luminosa.”


A.M.: “L’attesa del nulla” termina con il “Tema della rosa”, un insieme di prosa e versi nei quali la rosa è vista come la mente che pian piano si illumina. Se ora ti chiedessi un nome, quale mi proporresti?

Claudio Borghi: Il pensiero va, oltre al Juan Ramon Jimenez della Stagione totale, alla rosa, pura contraddizione, voglia/ d’essere il sonno di nessuno sotto così tante palpebre di Rilke, ma, soprattutto, alla Niemandsrose di Celan:
“Noi un Nulla
fummo, siamo, reste-
remo, fiorendo:
la rosa del Nulla,
la rosa di Nessuno
la cui tensione si ritrova nel finale del Tema della rosa:
“– dove finisce il cuore in eterno sollevarsi? 

in alto beve il nulla, sospeso
nel chiaro flutto senza forma,
in bianca estenuazione senza futuro

– in alto dunque l’ultima presenza del palpito?”

A.M.: Qual è la domanda che non ti ho fatto ed a cui avresti voluto rispondere?

Claudio Borghi: Da Muore l’uno, in Itinerario verso l’Ultimo: “L’estasi è una morte del tempo, dell’essere-tempo.”

Domanda: come può l’estasi essere una morte e generare vita?

A.M.: L’11 ottobre hai presentato “L’anima sinfonica”. Com’è andata?

Claudio Borghi: È andata molto bene. L’incontro, in cui sono stato affiancato dal critico Claudio Fraccari, si è svolto al Centro Baratta di Mantova: è durato quasi un’ora e mezza tra introduzione critica, commenti, letture di testi, in un silenzio tangibilmente e profondamente attento di un pubblico molto numeroso. Un’emozione inaspettata, visto che, data la complessità e densità dei testi, temevo un crollo dell’attenzione dopo al massimo mezzora.


A.M.: Come ti stai trovando con la casa editrice Negretto Editore? La consiglieresti?

Claudio Borghi: Benissimo. Consiglio caldamente ai lettori di avvicinarsi a una Casa Editrice che punta tutto sulla qualità delle opere e sulla crescita culturale dei lettori, investendo in testi di ricerca poetica e filosofica che, come dice Silvano, “verranno metabolizzati magari a distanza di anni, ma lasceranno un segno”. E questo è indubbiamente un atteggiamento di serietà, competenza, intelligenza e, soprattutto, grande coraggio. 

A.M.: Salutaci con una citazione…

Claudio Borghi: Il poeta è davvero un ladro di fuoco (le poète est vraiment voleur de feu)” - Arthur Rimbaud, da La lettera del Veggente

A.M.: Claudio, ti ringrazio per la tua disponibilità, dialogare con te su queste tematiche mi ha ricondotto al tuo “L’anima sinfonica” a cui dedicherò una nuova lettura. Augurandomi che in tanti possano abbeverarsi dei tuoi scritti, ti saluto con l’ultima strofa de “Tra le mille ore felici” di Novalis: “Chi ho visto, e chi alla sua mano/ mi apparve, non chieda nessuno,/ questo soltanto vedrò in eterno;/ e questa sola, tra tutte le ore/ della mia vita, serena e aperta/ starà per sempre, come le mie piaghe.

Written by Alessia Mocci


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